Piwi o non Piwi

1^ RASSEGNA CON VALUTAZIONE DEI VINI DA UVE PIWI – FONDAZIONE EDMUND MACH

18 novembre 2021, Fondazione Mach, Istituto Agrario di San Michele all’Adige (TN)

Foto di repertorio generica di alcune bottiglie di vini Piwi

Proviamo ad immaginare un mondo del vino senza Chardonnay o Cabernet Sauvignon e proviamo ad immergerci a degustare un bicchiere di Solaris o di Cabert.

Sicuramente può sembrare difficile da descrivere, ma noi ci proviamo alla 1^ Rassegna con valutazione dei vini da PIWI, giornata organizzata a Trento dalla Fondazione Edmund Mach, giornata improntata alla conoscenza di queste varietà attraverso un confronto tra vini prodotti con almeno 95% di uve provenienti da varietà PIWI.

La Commissione di Assaggio ha avuto modo di valutare un totale di 91 vini in gara (56 le aziende) nelle seguenti categorie:

Vini Spumanti (rifermentazione in bottiglia o autoclave)
Vini Bianchi
Vini Bianchi a macerazione prolungata “Orange”
Vini Rossi

Cosa è emerso e quali sono le conclusioni?
Lo andiamo a scoprire intervistando il prof. Andrea Panichi del Centro Istruzione e Formazione Fondazione Mach, organizzatore della Rassegna assieme a Marco Stefanini del Centro di Ricerca e Innovazione.

Il prof. Andrea Panichi ci illustra la vinificazione in anfora da uve Piwi

Buongiorno Andrea,

– I vini Piwi stanno guadagnando sempre più spazio nel panorama enologico italiano. Trovo veramente interessante questa Rassegna e l’opportunità di approfondire a livello sensoriale i vari aspetti di questi ‘nuovi vini’ , concentrandoli in degustazioni per categoria e mettendoli a confronto tra tecnici del settore: è veramente la prima esperienza del genere in Italia?

Ti confermo che è la prima Rassegna di vini PIWI tutta italiana. Ci sono state altre esperienze similari, ma circoscritte a determinate zone o regioni italiane.
In questa Prima Rassegna abbiamo raccolto adesioni da cantine provenienti da tutto il territorio nazionale.

– Diffidenza e confusione regnano al riguardo dei vini “Piwi”, puoi chiarirci di cosa si tratta esattamente?
Perchè è nata l’esigenza di creare questi nuovi vitigni? Quali sono i loro punti di forza?

I vitigni/vini Piwi devono in nome da una abbreviazione dal tedesco pilzwiderstandfähigche significa “viti resistenti ai funghi” .
Sono “Nuovi vitigni innovativi” naturalmente resistenti alle malattie funginee e naturalmente più sostenibili.

La ricerca e lo studio enologico si sono da tempo focalizzati sull’esigenza di trovare nuovi vitigni per la produzione di vini di altissima qualità, ma che siano resistenti alle crittogame per un totale rispetto dell’ambiente circostante.

I Piwi nascono perciò dall’ incrocio tra varietà diverse, anche extra europee – in vivai specializzati e controllati.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non sono vitigni nati da una modificazione genetica: i Piwi acquisiscono la loro resistenza perchè nati dall’incrocio di varietà di vite europea Vitis vinifera, sensibili alle patologie fungine, con varietà di viti selvatiche americane o asiatiche, resistenti al gelo e alle malattie della vite come l’oidio e la peronospora.

Sono perciò vitigni ibridi, capaci di opporsi in maniera spontanea alle malattie funginee consentendo una significativa riduzione dell’uso dei prodotti fitosanitari: i trattamenti in vigna scendono così dai 15 in media all’anno, ai 2 o 3, fino ad azzerarli in qualche caso.

Questo è un grande vantaggio, se si pensa che tradizionalmente le soluzioni principali alla proliferazione di funghi nel vigneto sono i fitofarmaci oppure l’applicazione di rame e zolfo. Il rame poi, per quanto di provenienza naturale, è un metallo pesante, e viene considerato dalla legge come pesticida. Praticamente indegradabile, va ad accumularsi nel terreno e può infiltrarsi nelle falde acquifere con conseguenze sull’ecosistema.

Si può facilmente capire dunque il grande punto di forza dei vitigni PIWI: questa grande “resistenza” e la conseguente sostenibilità ambientale.

– Come è cambiata la qualità di questi vini dalla nascita ad oggi?

Alla fine dell’Ottocento in Francia e in Italia, pressati dalla catastrofe fungina, l’interesse per gli ibridi prese subito piede.

Anche nell’Europa dell’est in Ungheria erano diffuse alcune varietà come il bianca e il nero.

Questi primi ibridi diedero origine a vini di bassa qualità, nei quali le note di foxy erano troppo marcate.

Nel 1967 la prima varietà iscritta ai Registri nazionali delle varietà, e quindi coltivabile, fu la Regent, selezionata dall’Istituto Geilweilerhof in Germania. Successivamente anche l’Università di Friburgo iniziò i suoi studi di sperimentazione.

Si ebbe quindi una svolta dal punto di vista qualitativo: i nuovi vitigni dovevano ereditare la resistenza ai funghi di alcune specie americane e asiatiche, ma anche le qualità organolettiche della vite europea. Ciò è stato permesso dalla produzione di ibridi frutto di numerosi incroci multipli, più complessi ed efficaci.

Gli ibridi di prima generazione sono stati cioè ripetutamente incrociati con altre varietà del genere vitis, mantenendo oltre il 90% del patrimonio genetico della vite europea.

L’ibridazione potrebbe sembrare un lavoro semplice, ma è in realtà complesso e faticoso. Servono infatti 25-30 anni per selezionare un vitigno resistente alle patologie fungine e in grado di dare un vino interessante per i nostri palati.

La Rassegna è stata sicuramente pensata per diffondere la conoscenza di queste varietà, ma anche con l’obiettivo di verificare a che livello si attesta oggi la qualità di queste categorie di vini.

– Dove viene attualmente coltivata la vite Piwi e cosa permette la legislazione?

A oggi i Paesi maggiori produttori di Piwi sono Germania, Austria e Svizzera, mentre in Italia le zone interessate al progetto PIWI sono Veneto, Friuli – Venezia Giulia, Trentino – Alto Adige, Lombardia e, in minima parte, Piemonte .

E’ concessa la produzione di Vini Bianchi o Rossi e alcuni IGP, mentre non rientrano in nessuna DOC o DOCG.
Infatti la legislazione della Comunità Europea permette di produrre vini a denominazione d’origine solo da varietà di Vitis vinifera.
Tuttavia, in deroga, permette a ogni stato membro di autorizzare l’impianto di ibridi interspecifici.

Solo dopo aver superato tutte le analisi e gli iter amministrativi il vitigno potrà essere iscritto nel Registro Nazionale della Vite ed esser coltivato.

Attualmente risultano iscritte al Registro Nazionale 37 varietà Piwi oltre a Isabella e Noah che sono utilizzate solo per la distillazione.

-A bacca bianca n.16 varietà

Bronner, Cabernet Blanc, Charvir *, Fleurtai, Helios, Kersus, Johanniter, Muscaris, Palma, Poloskei Muskotaly, Pinot Iskra, Sauvignon Kretos, Sauvignon Rytos, Sauvignon Nepis, Solaris, Soreli, , Valnosia *.

-A bacca rossa n.19 varietà

Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Cabernet Eldos, Cabernet Volos, Cabertin, Julius, Merlot Khorus, Merlot Kanthus, Nermantis *, Pinotin, Pinot Kors, Pinot Regina, Prior, Pinotin, Regent, Sevar, Termantis *, Volturnis, Ronchella e Souvignier Gris (a bacca rosa)

Quattro sono le varietà selezionate presso la Fondazione E.Mach (*)

Altre varietà PIWI, già selezionate e studiate, sono in attesa di essere iscritte.

– Ma arriviamo a questa 1^ Rassegna per la valutazione delle uve Piwi.
Uno stuolo di commissari da assaggiare e giudicare di vini spumanti, bianchi e rossi da uve Piwi: come è avvenuta la degustazione?
Che risultati ci si può aspettare dall’analisi dei dati raccolti?

Ciascuno dei 30 commissari esperti (selezionati tra sommelier, giornalisti, enologi, esperti del settore) ha degustato alla cieca ogni vino in modo da ottenere le prime impressioni più istintive, dirette e sincere, ma allo stesso tempo dare una votazione sui molteplici aspetti della degustazione.

La scheda di valutazione utilizzata è stata appositamente ideata dalla Fondazione per riuscire a raccogliere delle informazioni sull’analisi sensoriale sia di tipo oggettivo che soggettivo.
I parametri richiesti sono quelli relativi alla analisi sensoriale dei vini e quindi:
– aspetti visivi per 15 punti totali,
– aspetti olfattivi per 30 punti totali (compresi gli aspetti descrittivi sulle principali famiglie olfattive)
– aspetti degustativi per 40 punti totali (compresi gli aspetti descrittivi degustativi)
– piacevolezza complessiva per 15 punti totali
La somma totale dei parametri ha prodotto un voto finale complessivo per ciascuna etichetta calcolato su un massimo di 100 punti.

Tutti i dati raccolti verranno inseriti in un database e analizzati per riuscire a dare una analisi omogenea e un vincitore per categoria.

Questa esperienza sarà utile per capire come vengono realmente percepiti questi nuovi vini resistenti, ovvero se siano in grado di gareggiare in termini di complessità, eleganza e qualità con i vini tradizionali.

Quale infine le prospettive e il futuro dei vini Piwi?

Sicuramente sono i vini del futuro che accompagneranno le produzioni convenzionali, biologiche o naturali che siano.

Sempre più cantine stanno decidendo di investire piantando una piccola parte di vitigni Piwi, magari nelle zone marginali più ombreggiate del proprio appezzamento, grazie alla flessibilità dei nuovi ibridi alla resistenza al freddo. Siamo in una fase di sperimentazione.

Comunque c’è anche una riflessione da fare: non sappiamo ancora nulla sulla capacità attuale dei nuovi vitigni di riflettere il terroir d’origine: solo l’esperienza e il tempo ci potranno dare una risposta.

Grazie Andrea per la tua disponibilità.

Attendiamo con curiosità l’esito di questa 1^Rassegna al prossimo appuntamento previsto per il 2 dicembre, quando ci sarà la premiazione delle cantine vincitrici e un interessante Convegno in cui sono previsti gli interventi del Prof. Luigi Moio, Presidente O.I.V. e del Prof. Attilio Scienza dell’Università degli studi di Milano.

Giornata di degustazione dei vini da uve Piwi

Al termine di questa intensa giornata di degustazione, devo ammettere che mi sono sentita al primo giorno di scuola: all’analisi sensoriale abbiamo trovato una serie di sensazioni da identificare, alcune indistinguibili e altre riconducibili ai vecchi vitigni.

Ho ritrovato nei calici dei vini Piwi lo stesso mondo di sempre, che ci riporta al floreale al fruttato. Fragranze che ricordano aromi speziati di paprika, ma anche le tracce di terra nei vini rossi, la salinità del mare in alcuni vini bianchi.

“Il vino dialoga in qualche modo con chi lo assapora”, bisogna solo imparare a cogliere questi segnali sia a livello visivo, olfattivo e gustativo. (prof. Luigi Moio nel suo libro “Il Respiro del Vino”)

Piwi o non Piwi, essenzialmente apprezziamo l’ immenso potere seduttivo che il vino esercita su di noi, l’emozione edonistica e la piacevolezza del suo assaggio.

“Perché il vino non è solamente scienza, ma anche arte quando ci svela l’armonia e la bellezza che esistono tra i tanti suoi costituenti sensorialmente attivi” (cit.).

Interno della cantina Fondazione E. Mach

Ringraziamenti particolari a Mario Del Grosso Direttore Generale Fondazione Mach, a Mario Pezzotti Dirigente Centro Ricerca e Innnovazione FEM, a Manuel Penasa Dirigente Centro Istruzione e Formazione FEM e agli organizzatori della Rassegna prof. Andrea Panichi e dr. Marco Stefanini.

Fondazione Edmund Mach

S.Michele all’Adige (TN)

Sito internet www.fmach.it

CANTINE VINCITRICI 1^ RASSEGNA PIWI FONDAZIONE MACH

Un commento Aggiungi il tuo

  1. @nasodvino ha detto:

    Un bel mondo quello dei PIWI ancora tutto da scoprire per me.
    Articoli come questo mi aprono un mondo e mi spronano ad informarmi e a degustarne per capirci qualcosa di più.
    Grazie per la chiarezza espositiva e la qualità delle informazioni.

    "Mi piace"

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